Il mondo della ristorazione riminese si scaglia contro le aziende agricole per gli aiuti statali

Venerdì 22 Dicembre 2017 - Rimini
Gaetano Callà presidente FIPE Rimini

Per la FIPE-Confcommercio gli agricoltori sono gli unici che possono di fatto avviare un negozio o un ristorante senza che i locali abbiano destinazione d’uso

Gli esercenti della ristorazione riminese appartenenti alla FIPE-Confcommercio si scagliano contro le nuove politiche di apertura verso le aziende agricole in ambito di vendita e somministrazione di prodotti alimentari pronti al consumo. "Per esse pare che non esistano limiti - afferma il presidente di FIPE Rimini Gaetano Callà - gli agricoltori sono gli unici che possono di fatto avviare un negozio o un ristorante senza che i locali abbiano destinazione d’uso per queste attività. Così si distrugge il patrimonio enogastronomico della ristorazione".

Sono dure le dichiarazioni di Gaetano Callà (presidente della FIPE-Confcommercio della provincia di Rimini) sulle nuove politiche di apertura verso le aziende agricole in ambito di vendita e somministrazione di prodotti alimentari pronti al consumo, anche in forma itinerante e non specificatamente di produzione propria. Per il sindacato dei pubblici esercenti continuano le politiche di apertura verso le aziende agricole, a discapito di tutte le altre attività. La Legge di Stabilità 2018 inserisce all’articolo 47, e con l’approvazione dell’emendamento 47-bis, l’istituzione di “distretto del cibo” e di “enoturismo”, consentendo di fatto alle aziende e cooperative agricole di vendere prodotti trasformati e pronti per il consumo, non specificatamente di produzione propria, anche attraverso strutture mobili e in modalità itineranti.

“Si tratta di un ulteriore privilegio che il governo concede agli agricoltori, già abbondantemente aiutati dalle precedenti riforme - dice Callà -. Sembra che gli amministratori apprezzino solo questa ristorazione improvvisata senza nessun criterio o formazione a scapito dei grandi professionisti della ristorazione che fanno questo lavoro da anni rispettando precise regole. Ciò significa che per l’impresa agricola non esistono limiti. Insomma, gli agricoltori sono gli unici che possono di fatto avviare un negozio o un ristorante senza che i locali abbiano destinazione d’uso per queste attività. Così non si valorizza il territorio, ma si distrugge il patrimonio enogastronomico della ristorazione, lasciando a tutti la possibilità di fare tutto, addirittura senza controlli sulla provenienza dei prodotti”. Leggendo i termini della Legge, Callà sottolinea che “L’articolo 7 viene usato come grimaldello per scardinare ogni vincolo alle attività di vendita e somministrazione da parte degli agricoltori, togliendo ai Comuni ogni possibilità di governance del territorio”. Un vero e proprio colpo di grazia per “le 300mila imprese italiane della ristorazione che, ricordiamo, acquistano ogni anno 20 miliardi di euro di prodotti alimentari che assicurano la sopravvivenza anche a migliaia di aziende agricole. A questo punto è molto più facile acquistare un ettaro di terreno agricolo e fare quel che si vuole - conclude Gaetano Callà -, compreso lo street food itinerante, che aprire un ristorante o un pubblico esercizio rispettando i pesanti adempimenti di settore supportandone i relativi costi”.